Céline si alza all’improvviso e va in camera. La aspettiamo per un po’, ma poi capiamo che è andata a dormire. Jacques versa dell’altro whisky e dell’altra “soda”: acqua ormai calda e sgasata che dà al whisky, ormai ben caldo anch’esso, la temperatura di una medicina contro il raffreddore. L’ultima notte thailandese è rovente e fonda, troppo fonda rispetto alle ore di volo che attendono me e Luca domani per tornare in Italia. Dal giardino dell’albergo guardo di nuovo la porta della camera chiusa a piano terra. L’uscita di scena di Céline, senza una parola, mi ricorda una scena dell’altro ieri: una sparizione degna di Houdini, senza spiegazioni.
Eravamo al The Cave di Chiang Dao, l’unico bar-ristorante-lavanderia-noleggio-scooter-e-biciclette di quel villaggio fra le montagne della Thailandia del nord. Dopo averne provate tre, una più scassata dell’altra, io e Luca optiamo per le due mountain-bike all’apparenza più affidabili seppur impolverate. Chan, la proprietaria del The Cave, controlla le gomme prima di affidarcele e poi partiamo.
Per fortuna, invece di fare quattordici chilometri per andare e tornare dalle sorgenti termali come avevamo deciso, a poco più di metà strada decidiamo di desistere. Alle due del pomeriggio, l’asfalto è rovente. Torniamo indietro.
A cinquecento metri dalla riconsegna dei bolidi, il pedale destro della bicicletta di Luca cade con un rumore sconfortante. Arrivati al The Cave con le bici a spinta, a suon di proteste la signora acconsente a restituirci metà della somma pagata. Entra in casa per prendere i soldi e si chiude la porta alle spalle. La aspettiamo in cortile per molti minuti, ma dall’interno nessun rumore. Sparita.
Ce ne andiamo, perplessi.
Io sono Elisa Malisan, e quello che stai leggendo è un racconto che ho scritto dopo il mio primo viaggio in Thailandia.
Ho cercato di indagare il significato del sentirsi stranieri (ed estranei) in viaggio, con la voglia di avvicinarsi in modo sincero a una cultura e una popolazione, ma capendo, talvolta, di non poterci riuscire.
Episodio simile due giorni prima, con il controllore dell’autobus da Chiang Mai per Chiang Dao, un ragazzo giovanissimo, paffuto e capellone. Arrivati quasi a destinazione, gli chiedo se può avvisarci quando è il momento giusto per scendere, indicando sulla mia guida di viaggio il nome del posto che dobbiamo raggiungere, vicino a Chiang Dao. Annuisce convinto ma senza rispondere, con i capelli che scendono sugli occhi. Poi gira i tacchi e sparisce in fondo al bus sferragliante. Mai più visto. Suoniamo il campanello del bus e scendiamo a casaccio, basiti.
Più volte durante il viaggio mi rendo conto che molti thailandesi l’inglese non lo parlano proprio. Nemmeno quelli che abitano nella capitale. Il secondo giorno a Bangkok infatti, armata di fotocamera e quaderno per gli appunti, vado al mercato degli amuleti carica di aspettative, con l’idea di raccogliere materiale per un reportage sui talismani. Prima di partire avevo letto che i thailandesi li portano sempre con sé per allontanare spiriti malevoli e favorire la buona salute, e che la scelta di uno o dell’altro talismano è molto oculata, per non dire maniacale, anche in base alla sua provenienza. Si dice infatti che l’efficacia dell’oggetto dipenda dall’importanza del monaco che lo ha consacrato.
Mio malgrado, poco dopo essere entrata capisco che il mercato degli amuleti è un affare completamente thailandese: non ci sono turisti, pochissimi commercianti parlano inglese e la maggior parte di essi non ha la minima voglia di avere a che fare con una farang, una straniera, troppo curiosa.
Un ragazzo scoppia in una risata di scherno quando chiedo a cosa serve un bastoncino di legno avvolto con del tessuto. Risponde dicendomi solo il prezzo: - Fifty bath.
Un signore di mezza età, quando gli chiedo il prezzo di due mala, entra nella sua bottega e si siede sulla sedia dandomi le spalle. Aspetto dei minuti guardando con faccia interrogativa la moglie seduta a fianco verso di me, ma entrambi continuano a ignorarmi finché non me ne vado. Un’altra signora mi grida dal fondo del suo negozio - No photo, no photo! - sbracciandosi, senza nemmeno darsi il disturbo di alzarsi dalla sedia per cacciarmi. Mi scuso, e mi allontano mortificata.
Delusa dopo aver girato per oltre un’ora in mezzo a bancarelle polverose senza aver trovato neanche uno straccio di amuleto di cui svelare i misteri nel mio reportage, poco prima di andare via mi fermo davanti al banchetto di una ragazza sui venti con una frangetta folta. Il suo sorriso aperto mi incoraggia, faccio un ultimo tentativo. Le chiedo a cosa serve una strana pallina di legno con dei disegni incisi, ma mi dice che non parla inglese. Questa volta mi viene un’idea: con la app Google Translate traduco la domanda in thai. Lei fa una risatina per il mio sforzo quando le mostro lo smartphone, però collabora. Scrive in thai sul suo e mi spiega che è un talismano che protegge dalle negatività e dai pericoli, è fatta con legno di cocco intagliato. Ne compro due e me ne vado, rinfrancata dalla sua gentilezza, ma mi sento proprio una farang.
“Farang” è la parola con cui i thailandesi identificano, con una nota spregiativa, gli stranieri con la pelle chiara di origine europea e americana. Percepisco diverse volte questa accezione durante il viaggio, soprattutto quando io o Luca abbiamo bisogno di un mezzo o un taxi che ci porti da un posto all’altro.
Come quando, dopo una lunga visita al Wat Pha Lat, tempio sul sentiero dei pellegrini che porta al veneratissimo santuario del monte Doi Suthep di Chiang Mai, ci rendiamo conto che è troppo tardi per proseguire il trekking e dobbiamo trovare un taxi per raggiungere la destinazione. Ma siamo su una collina alle porte della foresta, c’è un’unica strada per arrivare al santuario e di certo i taxi in quella zona non passano uno dietro l’altro come in centro. Nel parcheggio fuori dal tempio vediamo due pick-up lustri e due thailandesi, ci viene incontro una donna sulla trentina con la faccia seria. Le chiedo quanto tempo ci vuole per arrivare al Wat Phra Doi Suthep a piedi: mi dice il sentiero è ripido e ci vogliono più di due ore. Per di più vedo che si sta avvicinando un temporale. Anche se siamo allenati rischiamo di arrivare tardi, forse troppo per visitare il tempio. E tornare a Chiang Mai a piedi non ci pare una grande idea, al buio. Lei ha un taxi privato, può accompagnarci fino al santuario, aspettare che lo visitiamo e accompagnarci di nuovo in albergo: seicento bhat, circa sedici euro. Io e Luca ci tiriamo in parte a parlare, la cifra è spropositata rispetto ai prezzi dei trasporti in Thailandia, ma pare non ci sia altro modo se vogliamo vedere Doi Suthep. Controvoglia, concordiamo il passaggio più mezz’ora per visitare il tempio, paghiamo e montiamo in macchina. L’interno odora di nuovo, le mie braccia sudaticce si appiccicano sui sedili in similpelle. Lei guida piano e in silenzio sulla strada a tornanti, dal sedile dietro osservo l’anello a forma di serpente che porta all’indice della mano destra. Chissà se è un talismano anche quello, mi domando.
Arrivati al santuario ci sentiamo ingannati: il parcheggio è pieno di taxi e songthaew che riportano i turisti a Chiang Mai per cento bhat, meno di tre euro. C’è tanto di cartello. Scendo dall’auto sentendomi un’idiota per aver già pagato e pattuito così poco tempo per la visita. Sorrido a denti stretti mentre scendo e lei ricambia, soddisfatta dell’affare fatto con i farang.


Nell’aria appiccicosa dell’ultima notte thailandese mi tornano in mente anche i tanti sorrisi e gesti disinteressati delle persone, soprattutto nei posti più ordinari. Come al mercato di quartiere vicino all’albergo dove stavo a Bangkok. Il riso dolce della ragazza cambogiana che insieme al pranzo mi regala un mandarino. O quello di Samang, che vende fiori e frutta un paio di banchetti più in là.
Quello di Rat Bophit Road è un mercato dove due farang in mezzo alle bancarelle risaltano come due lampadine accese, fra ortaggi, bacinelle piene di pesci gatto vivi, pescati nelle acque luride del Chao Phraya, e carretti con padelloni che sfrigolano come non ci fosse un domani. Molti ci guardano mentre passiamo, io e Luca siamo i soli occidentali.
Passeggiando sorrido e ricambio il gesto del wai che mi fanno i commercianti. Pochi passi avanti a me c’è un monaco buddista con in mano tre sacchi pieni: il frutto della questua mattutina. Di tanto in tanto si ferma a cantare una litania, i mercanti gli si avvicinano portando qualcosa in dono e ricevono in cambio una benedizione personalizzata. Fra odore di noodle fritti e frutta appena tagliata, un profumo inaspettato attira la mia attenzione. Mi chino sulla bancarella e annuso due corone di fiori di loto che emanano un aroma potentissimo, nonostante i boccioli con cui sono fatte siano minuscoli. Saman mi sorride dalla sua bancarella, ne prende due dal bancone e me le porge. La ringrazio e faccio per pagare, ma non vuole nulla. Imbarazzata, insisto, le chiedo se è sicura, ma lei fa un gesto con la mano per farmi capire che va bene così. Anzi, dopo un po’ ci vede ripassare di nuovo davanti al suo banchetto con le coroncine in mano e mi regala pure due sacchetti di plastica per riporle. La ringrazio ancora con profondi inchini. Non parla che poche parole di inglese ma ci capiamo lo stesso quando le chiedo il suo nome e di fare una foto insieme. Voglio ricordare i suoi occhi neri, il sorriso sincero, il colore della maglietta che indossa. È rossa, e sopra porta un grembiule da cucina verde bottiglia. Riguardo la foto sullo smartphone e gliela mostro, questa volta senza sentirmi un’estranea, una farang.


La notte è fonda e rovente. Fra un racconto e un whisky e soda con Jacques, ci scambiamo gli indirizzi alla vecchia maniera, su un pezzo di carta, con la promessa di rivederci in Sudafrica. Céline è uscita di scena senza dire una parola, alla maniera thailandese. Jacques spegne l’ultima sigaretta e la raggiunge in camera. Esausti, quasi ubriachi, finiamo l’ultimo bicchiere e ci ritiriamo anche noi.
🌏 Altre cose che ho scritto di recente
Per me raccontare il sudest asiatico è un’impresa condita di nostalgia, desiderio, amore incondizionato. Talvolta non ricambiato, come avete letto 😆.
Nelle scorse settimane ho scritto tanto di questi posti, lo vedrete voi stessi. Preparare gli articoli “Cosa vedere a” è sempre un lavoro lungo e faticoso, perché scartabellare da cima a fondo guide di viaggio, appunti e mappe per distillare un articolo per il blog richiede tanto tempo e tante revisioni. E spesso le parti più interessanti di un viaggio rimangono fuori, perché per poterle raccontare ci vogliono prima le informazioni di base.
In queste settimane ho scritto molto di Indonesia, a cominciare appunto da due articoli “cosa vedere a”. Raccontati a modo mio, naturalmente.
Cosa vedere a Giava: natura selvaggia, templi e vulcani. Un’isola straordinaria e forse un po’ snobbata rispetto ad altre.
Cosa vedere a Bali: il fascino imperfetto dell’isola degli dei. Luci e ombre della destinazione “regina” dell’Indonesia.
Sul blog c’è anche il primo articolo dedicato ad Anversa (Belgio), uno di quelli super pratici su come arrivare e pianificare il viaggio.
🔗 Tips & links
Quest’anno per me è un po’ presto per pensare al prossimo volo a lungo raggio, ma magari fra voi qualcuno ha già iniziato a farlo, perciò vi lascio qui di seguito alcuni link utili link per organizzarlo1.
📌 Attività, esperienze, biglietti di ingresso e tour per organizzare al meglio i propri viaggi con Get Your Guide. Le destinazioni? Italia, Europa, Asia, Mondo…
📌 Vi ricordo lo sconto 10% sull’assicurazione viaggi con Heymondo, di cui potete usufruire come lettrici e lettori di EliMail. È valido su tutte le polizze: viaggio singolo, assicurazione annuale multiviaggi, viaggio di lunga durata (90+ giorni), famiglie e gruppi. Questo sconto non ha scadenza, basta salvare questo link e potete riutilizzarlo quante volte volete.
Io sono Elisa Malisan, professionista nel settore marketing e comunicazione, e questa è la newsletter del mio blog di viaggi Elimeli.
Esperta di viaggi indipendenti in sudest asiatico, amo la natura, la montagna e le città d’arte. Viaggio e scrivo, non sempre in quest’ordine.Se ti piace ciò che hai appena letto ⬇️
I link inseriti in questa sezione sono affiliati di aziende con cui collaboro: se acquistate prodotti o servizi da questi link potrei ricevere una piccola commissione sulla vendita. Le ho scelte in base alle mie esperienze personali con i loro prodotti e servizi e in piena indipendenza editoriale.







